“La mia pittura si connota di un sentire metafisico, attraverso il quale sento di poter dialogare con le componenti più profonde della personalità, portando sulla scena quelle antiche significazioni che attraversano la mente sin dagli anni dell’infanzia. Sulla primarietà emozionale si è poi stratificata la componente culturale, e in particolar modo, quella della visionarietà artistica. Pur senza alcun attardarmi a riscoprire frammenti di identità ormai smarriti, ho recuperato un po' alla volta, le ragioni delle mie età inconsce, dando al tempo reale più identità di spazio che connotazione di un fluire esistenziale.

Nella metastoria e nella letteratura mitologica e fantastica ho conosciuto gli interpreti delle mie vicende autobiografiche da psicodramma. Giorno dopo giorno, dipinto su dipinto, ho rivissuto, e così conservato, un intenso patrimonio di stati d’animo, con i quali ho disciolto l’essere in vita mentre tessevo una ragnatela di presenze. Ho riattraversato la storia dell’arte, citandomi in essa e traendo quella linfa d’appartenenza che non rende vano transitare nel tempo, alla ricerca di spazi da far coesistere per poter raccontare, come omogenea, una storia credibile fatta di un presente e di un reale, tangibile il primo, quando meno inusuale il secondo.

Surreale è il pensiero che trae dal sogno il principio di un’idea narrativa, negando al disegno creatore lo spazio per rappresentare sé stesso nella storia. Come di una battaglia al rallentatore, ogni scena vive in sé ove l’anima è rimasta imprigionata. Ho inventato quello spazio necessario per non essere”.

GIAN PAOLO DULBECCO