Intervento Marcello Spinello Il lavoro al servizio del futuro

M. Spinello: Il lavoro al Servizio del Futuro

 

Erano i giorni del primo lockdown, quando il mondo contemporaneamente si è fermato per la prima volta e la Comunità di Etica Vivente di Città della Pieve (PG)  decide di proporre un ciclo di interventi dedicando il tema all’Economia del futuro.

A parlare di Economia, intervistato dal medico e giornalista Mariuccia Sofia,
Marcello Spinello, vicepresidente della Comunità, coordinatore-docente della Scuola di Economia Spirituale e imprenditore.
A riguardo Spinello ha tenuto due interventi.
Il primo, del13 maggio 2020, pubblicato su Sinergie Olistiche, intitolato l’Economia del Cuore dove viene proposta un tipo di Economia completamente differente da quella attuale e al cuore viene attribuito un ruolo cruciale, quale propulsore per la spinta al cambiamento e bussola per indicare il percorso da intraprendere.

Nel secondo intervento svoltosi on line sulla pagina facebook della Comunità di Etica il 20 maggio 2020 Spinello invece affronta il tema Il lavoro al servizio del futuro, dove l’attenzione viene posta sui talenti, soprattutto quelli del fare che portano a scoprire quelli dell’essere.

A noi di Sinergie Olistiche piace riportare l’intervento, che troviamo davvero interessante, perché spinge a riflette su argomenti fondamentali, quali il cambio di paradigmi e la responsabilità di una evoluzione che deriva dalla presa di coscienza di ogni singolo individuo, chiamato a svolgere un ruolo ben preciso durante la propria vita.

 

 

Mariuccia Sofia:
Nel parlare di Economia del futuro non possiamo prescindere dal parlare della qualità di vita, anche nell’ambito lavorativo. Oggi tanti si interrogano sul lavoro che svolgono e soprattutto quanto esso permette di esprimere ciò che siamo veramente. Perché il lavoro fondamentalmente serve a questo.
Come è possibile mettere il lavoro al servizio del futuro?  

Marcello Spinello:
Vi propongo di fare un esperimento e iniziare un percorso di esplorazione insieme, sentendosi come in un territorio sconosciuto. Abbiamo tutti una conoscenza del lavoro, abbiamo delle categorie che lo rappresentano, abbiamo dei condizionamenti, delle credenze. Ma cerchiamo stasera di vedere questo tema con occhi e orecchie nuove, partendo dalla parola “lavoro”.
Un italiano ha un vocabolario di 6.000 parole. Un inglese invece un vocabolario di 35.000 parole. Questo significa che ha la possibilità di esprime la realtà che lo circonda in una maniera più articolata di noi. Gli inglesi per definire la parola lavoro non ne utilizzano una, bensì due e questo avviene anche in altre lingue, come nel tedesco, nel russo e anche il latino. Gli inglesi hanno la parola job e la parola work. La parola job indica il lavoro duro, quello che viene fatto per sopravvivere e schiavizza. Hanno anche un’altra parola per rappresentare il lavoro ed è la parola work, per indicare il lavoro che svolgi con gioia, che rappresenta la tua missione, il tuo scopo nella vita. Il lavoro che svolgi come la manifestazione di una vocazione. I latini hanno la parola labor, i francesci travailler.
Tutti questi termini in realtà derivano da traballum, che vuol dire tortura. Quindi, quando pensiamo al lavoro pensiamo alla fatica, alla tortura. L’etimologia originaria deriva da labor che vuol dire appunto fatica. Se noi andiamo a vedere la nostra Carta costituzionale, l’anima del nostro Paese, è scritto che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro.

E qui si apre una questione: ma quale lavoro? Il lavoro “job” o il lavoro “work”?
In italiano possiamo tradurre la parola work come opera. Ma è un termine desueto.
Infatti, in latino si può dire sia labor che opera. E se, giocando, dovessimo cambiare l’articolo della Costituzione direi che L’Italia è una Repubblica fondata sull’opera, perché l’opera creativa è veramente l’essenza, il distillato che noi portiamo nella vita.

 

Mariuccia Sofia:
Riflettendo su questo punto già possiamo capire perché le persone scappano dal lavoro in attesa della vacanza o non vedono l’ora di arrivare alla pensione, creando poi una condizione psichica che non permette loro di approfittare di uno spazio creativo che qualsiasi lavoro offre. Parlando dei talenti l’altra volta si parlava del tema della qualità da immettere nel lavoro. Questo è un tema che potrebbe essere indagato meglio.

Marcello Spinello:
Quando si parla di qualità, si parla di talenti e si parla di essenza.
Quando parliamo di lavoro inevitabilmente parliamo di talento. La nostra cultura è stata impressionata - nel senso più alto del termine - dalla parabola dei talenti.
Ma analizziamo prima l’etimologia dei talenti. Talento deriva da tàlanton che vuol dire piatto della bilancia. Per i Romani il talento era una moneta di circa 25 chili, per cui era davvero qualcosa di molto pesante. Da qui, il talento viene considerato come un peso.
Nella parabola dei talenti, c’è il signore che ha tre servi e ad ognuno di loro dà alcuni talenti: a chi 5, a chi 2 e a chi 1. Quelli che ne hanno ricevuti 5 e 2 li fanno fruttificare con altri 5 e altri 2, mentre quello che ne ha avuto solo 1, per paura della reazione del suo signore, non lo utilizza, non lo mette a frutto, ma lo sotterra.
Alla fine il signore premia i due servi che avevano messo a frutti i talenti e invece allontana quello che l’aveva sotterrato.
Il talento è qualcosa che noi non conosciamo, ma che anima tutta la nostra vita. Noi nasciamo con un talento. Che è il talento dell’essere, che poi si manifesta nei tanti talenti del fare. Ma per manifestare cosa serve?
Uno dei miei primi corsi di management che ho frequentato si chiamava “PDP - Prezzi da Pagare”. Per farsi carico di questo talento c’è da pagare un prezzo. Ti assumi la responsabilità di estrarre questo diamante e di lavorare per questo.
C’è una frase che mi piace particolarmente ed è attribuita sia ad Einstein che a Edison: “Genius is 1% inspiration and 99% perspiration”.
Tradotto: “Il genio è l’1% di ispirazione, ma il restante 99% è sudore, fatica”
Personalmente quando penso ai talenti penso ai diamanti. Allo sforzo che fa un minatore per trovarli. Il minatore sa che in quel luogo c’è un diamante, così come noi sappiamo che c’è al nostro interno, ma non sappiamo come estrarlo.
Una domanda che può sorgere spontanea è: “Come si fa a seguire la traccia di questo diamante?”
La prima traccia che dobbiamo seguire nella nostra vita è il disagio
. Nel momento in cui noi avvertiamo un disagio, significa che c’è un talento dell’essere che sta cercando di manifestarsi in tutti i modi e in tutte le maniere. Questo perché il talento vuole nascere.
È proprio come un feto che quando è pronto spinge per venire alla luce, anche attraverso il dolore e la sofferenza. Allo stesso modo il talento, che è un infinto potenziale, cerca di manifestarsi. Ma dobbiamo capire che il talento noi non lo cogliamo o lo comprendiamo nella sua interezza, perché il talento si rivela progressivamente. E si rivela con dei talenti del fare, che noi possiamo notare fin dalla tenera infanzia.
Purtroppo, il nostro sistema educativo da un lato e il nostro sistema economico-finanziario dall’altro spesso lo sacrifica sull’altare dell’apparente successo.
Un altro aspetto interessante sul quale mi piace puntare l’accento è che il talento è un dono. Per i latini dono aveva due accezioni. Una è donum, dare senza che sorgano obbligazioni e l’altro è munus, che fa sorgere una obbligazione, nel senso che fa sorgere una relazione di reciprocità.
Il talento è il dono del padre. È un talento genetico che noi abbiamo, che è un dono sul piano fisico. Ma noi abbiamo anche un dono del nostro Padre superiore che è nella nostra coscienza e ci dona questo talento presente nel nostro patrimonio. L’etimologia della parola patrimonio è pater munus, il dono del padre che prevede uno scambio reciproco. Per cui io ho obbligazione verso il talento che mi è stato donato, ma ho anche l’obbligo di scambiarlo, di utilizzarlo. In questo il talento è simile alla moneta, se noi non lo scambiamo, se noi non lo utilizziamo, non ha nessun valore, come il denaro che io tengo immobilizzato.

 

Mariuccia Sofia:
A questo futuro noi dobbiamo guardare con occhi liberi da antichi pregiudizi e preconcetti. E tante volte in merito al lavoro tu hai detto che dovremmo guarire da questa ferita che si è creata. Questo momento di fermo è un momento fondamentale per poter riflettere su questa dimensione della vita così importante. Il tema dei talenti ci riporta al tema dell’Economia. Questa Economia del futuro che deve essere basata sullo scambio, richiede una circolarità, la circolazione dei talenti. Questo ci fa pensare alla consapevolezza dei nostri talenti e come noi li possiamo esprimere anche nel lavoro più umile. Non bisogna essere tutti artisti famosi per esprimere il proprio talento.

Marcello Spinello:
Mi piace raccontare una storia, perché penso che attraverso le storie noi possiamo comprendere meglio.
La storia è quella dei tre tagliapietre.
Questa storia racconta di un saggio che si incammina verso un Santuario e durante questo cammino si imbatte in un cantiere. Entra in questo cantiere e vede degli uomini affaticati dal lavoro, tutti impolverati, intenti a svolgere il proprio compito.
Si avvicina al primo uomo che gli sta dinanzi e gli chiede: “Cosa stai facendo?”
Quest’uomo, che aveva il capo chino, alza lo sguardo verso il vecchio saggio e irritato gli risponde: “Ma che domanda è mai questa! Non lo vedi! Sto tagliando delle pietre e non vedo l’ora di finire questo lavoro per tornarmene a casa, perché sono stufo
Il saggio prosegue e incontra un secondo operaio e gli rivolge la stessa domanda:
Cosa stai facendo?” E il secondo uomo risponde: ”Io sto lavorando per guadagnare qualcosa per mantenere la mia famiglia”
Il saggio incontra il terzo uomo. Lo vede come gli altri, intento, ma lo vede contento e gli fa esattamente la stessa domanda fatta ai due in precedenza: “Cosa stai facendo?”
Il lavoratore si rivolge verso il saggio gli sorride e risponde con orgoglio: “Non vedi?
Sto costruendo una cattedrale!
” e alzando gli occhi verso la cattedrale in costruzione la guardava soddisfatto.

Questa breve storia ci dà delle risposte molto profonde. E qui che dico spesso che noi dobbiamo guarire il nostro modo di vivere il lavoro. Perché se non guariamo saremo condannati a vivere nella perenne scarsità. Perché il lavoro ci fa generatori di energia, dato che l’uomo è un trasformatore di energia.
Qui stiamo parlando di tre tipi di lavoro. Il primo è il lavoro compiuto con insofferenza, che ci fa comprendere la grande frustrazione di vivere un lavoro che non ci piace, di cui non siamo consapevoli e non sappiamo neanche a cosa serva. Il secondo ci parla di un lavoro, fatto inconsapevolmente, che però ha uno scopo ben preciso, mentre il terzo, che contiene anche il precedente, ci parla di un altro tipo di lavoro. Il terzo uomo, infatti, non vive il suo lavoro come minoritario. Sa di non essere l’architetto che ha progettato la cattedrale, ma nello stesso tempo sa di avere la stessa dignità del grande architetto e soprattutto la stessa importanza nella realizzazione della cattedrale.
Noi dobbiamo imparare a vedere il lavoro come il contributo che diamo all’evoluzione. Se la cattedrale è l’evoluzione, io che contributo sto dando a questa evoluzione?
Il lavoro è un po' come una grande orchestra, dove ogni mattina ognuno si alza e va a suonare il suo strumento, lo strumento che a lui è più congeniale e che gli permette di esprimere al meglio il proprio talento.
La domanda che ci dobbiamo fare è se il nostro talento lo stiamo manifestando nello strumento giusto o se stiamo suonando uno strumento che non è il nostro e magari appartiene a qualcun altro.


Mariuccia Sofia:
In questo periodo di lockdown molti hanno perso il lavoro. Tu ci stai facendo fare delle riflessioni molto importanti, per scoprire i nostri talenti e far sì che essi diventino la base di una nuova economia e quindi diventino una base per una nuova fonte di sostentamento.
Quando si perde il lavoro, può questo diventare un’opportunità per ripartire con una nuova consapevolezza?
Come facciamo a “monetizzare” i nostri talenti in modo da poterci anche sostenere?

Marcello Spinello:
È vero che noi dobbiamo soddisfare i nostri bisogni primari, ma prima di tutto ci dobbiamo chiedere: “Ma noi, siamo liberi oppure schiavi?” Perché chiaramente la schiavitù blocca il nostro potenziale. Un giorno venne in Comunità Luigino Bruni, eccellente economista, che disse: “Il lavoro non si cerca. Il lavoro si crea”.
Che è molto in linea con quello che stiamo dicendo. Io ho molto a cuore e compassione per tutti coloro che stanno vivendo momenti di disagio per la perdita del lavoro.
Guardiamo però un attimo come funziona il nostro respiro. Nella respirazione c’è l’inspirazione, il contenimento, l’espirazione e di nuovo la pausa, l’esperienza del vuoto e poi nuovamente l’inspirazione. Quando si perde qualcosa bisogna sempre chiedersi: “Cosa sto perdendo?”. Ma anche: “Cosa sto acquistando nel frattempo e quale opportunità la vita mi sta dando?
Pongo sempre una questione di fondo. Cosa siamo venuti a fare qua? Che contributo dobbiamo apportare? E chiaro che devo guardare al quotidiano e alla mia possibilità di sostentamento, ma questo non deve togliere la nostra capacità di sognare. Non sognare come fantasticare, ma utilizzare l’intuizione e l’immaginazione per la realizzazione del nostro sogno.
Con l’intuizione capiamo meglio quale è il nostro posto su questo pianeta e quale è il talento dell’essere che spinge per manifestarsi e immaginarlo.

Ventotto anni fa ho avuto la fortuna di incontrare la psicosintesi, il cui studio lo consiglio fortemente, per una maggiore e migliore crescita e sviluppo della personalità e di contatto con il sé transpersonale. Assagioli è molto chiaro e ci fornisce degli strumenti scientifici molto efficaci. La prima legge della psicosintesi è la psicodinamica: le immagini, le figure mentali, le idee tendono a produrre le condizioni e gli atti esterni ad esse corrispondenti.
Se io ho perso qualcosa e continuo a piangermi addosso perdo l’opportunità del vuoto creativo per immaginare quello che invece io vorrei veramente.


Mariuccia Sofia:
Marcello, hai detto che il talento ha bisogno di qualità. C’è una condizione del talento che è molto importante ed è la pazienza. Il talento non nasce all’improvviso e richiede un clima psichico individuale e ambientale che permetta il suo svelarsi e il suo maturare. Dovendo immaginare un futuro, che tipo di società possiamo sognare?

Marcello Spinello:
Personalmente credo che stiamo ricapitolando la caduta dell’Impero Romano, stiamo ricapitolando il Medioevo per andare verso un nuovo Rinascimento. Noi dobbiamo avere la fiducia che c’è un nuovo Rinascimento che sta cercando di manifestarsi. Ma affinché si manifesti un nuovo Rinascimento dobbiamo accettare tutto il travaglio – è questa volta il termine è esatto.
Quando penso al Medioevo penso a San Benedetto, penso ai monasteri, penso all’Ora et Labora, sulla quale ho meditato molto. Siamo ritornati a poter dire che il lavoro è preghiera. Per cui un artigiano che crea un liuto, ad esempio, sta pregando. Per me, un’erborista che crea una tintura madre, sta lodando la relazione con il regno vegetale. Per guardare al futuro dobbiamo imparare dal passato, sia a livello individuale che a livello di gruppo. Non dobbiamo dimenticare che in Italia l’Economia nasce ancora prima che con Adam Smith, nasce con l’Economia civile attraverso la Scuola Napoletana e con Antonio Genovesi, che era un monaco.

 

Mariuccia Sofia:
Un suggerimento per i genitori sul futuro, affinché possano favorire un clima psichico che permetta il “rivelarsi” dei talenti dei propri figli.

Marcello Spinello:
Dobbiamo stare attenti a non trasformare i nostri figli come formiche in un formicaio. Perché ogni genitore inevitabilmente sogna il successo per il proprio figlio e a volte nel nome del successo noi mortifichiamo il talento. Bisogna educare al talento, cioè educere al talento, ovvero saperlo tirare fuori, condurre fuori. In questo caso mi piace citare Khalil Gibran che ricordava ai genitori di essere degli accompagnatori. Noi genitori abbiamo deciso di dare un passaggio a delle entità che hanno deciso di incarnarsi nella nostra famiglia, che hanno un loro progetto esistenziale ben preciso. I genitori devono essere dei “facilitarori”. Il facilitatore non propone un percorso e una meta, ma accompagna. Quindi dovremmo ascoltare i nostri figli e cercare di assecondarli anche quando ci dicono delle cose che noi non comprendiamo. Per i genitori è un grande allenamento, perché il talento è un mistero, considerando inoltre che i talenti sono molteplici, quello individuale, quello di coppia, quello di gruppo. Per cui all’inizio noi non lo comprendiamo e quando si inizia a manifestare è qualcosa di goffo, di incomprensibile, a cui a primo acchito non vorresti dare fiducia, perché non ti corrisponde. Siamo abituati a ragionare in maniera lineare, ma a volte questa non è la strada giusta.

 

Mariuccia Sofia:
Cosa ti sentiresti di dire a chi è avanti con l’età, che magari è stato penalizzato dal suo ambiente familiare o lavorativo, ma che scopre di avere un forte potenziale di talento.

Marcello Spinello:
Sono due le cose che mi sento di dire. Il primo attivare l’auto-osservatore. Ogni mattina dovremmo avere la possibilità di dedicarci un momento di meditazione interiore silenziosa dove attiviamo un osservatore che possa darci delle indicazioni, delle chiavi di lettura, delle tracce per far sì che riusciamo meglio a contattare il talento. Ma la cosa importante è l’assenza di giudizio. Perché noi abbiamo un super-io che ci giudica in ogni momento, che ci castiga. Ed è per questo che dovremmo trovare uno spazio-tempo da dedicarci con l’assenza di giudizio e avere tanta pazienza.
Picasso scrive: “Io a quattro anni dipingevo come Raffaello. Ho impiegato una vita a dipingere come un bambino”:
Noi procediamo per imitazione. E questo è la nostra forza, ma anche il nostro limite. Una delle modalità per contattare il proprio talento è anche imitare l’altro.
Ognuno di noi ha un Picasso interiore, ma se noi ci ostiniamo a fare Raffaello non riusciremo mai a trovare la nostra strada. […]
Noi dobbiamo vedere il talento come un diamante. I diamanti sono così costosi perché è difficilissimo estrarli. Estrarre diamanti richiede impegno, pazienza, persistenza, coraggio, assenza di giudizio, richiede di non conformarsi, richiede anche di lasciare scontenti i propri amici e i propri familiari, perché all’inizio il talento non è manifesto nella sua pienezza.

 

Mariuccia Sofia:
(Leggendo una domanda di un ascoltatore) L’intelligenza artificiale ci pone di affrontare delle problematiche. Credo che dovremmo approfondire i problemi che ne derivano.

Marcello Spinello:
Sono convinto che l’evoluzione non si può fermare. E tra l’altro non è un caso che noi ci troviamo proprio in questo momento, perché noi ci dobbiamo occupare di altro. È chiaro che questo mina la nostra sicurezza, che è il nostro bisogno originario. Noi abbiamo l’ossessione e la schiavitù del denaro perché abbiamo paura di rimanere senza. Invece noi dobbiamo immaginare che il talento dell’essere è un diamante che rilascia continuamente i talenti del fare. L’Italia è uno dei Paesi più immobili del mondo. La prima cosa che fanno gli italiani è acquistarsi la casa, quindi si immobilizzano. Mentre invece al contrario, l’energia non si immobilizza, ma va mobilitata ulteriormente. E ricordando che il denaro è energia, capiamo che è fondamentale mobilitarlo.

 

Mariuccia Sofia:
Dunque, ritorniamo al concetto di energia. Ne abbiamo parlato nello scorso incontro sia parlando di Economia che di denaro. Una parola che dovremmo indagare è la parola vocazione. A che cosa sono chiamato? E potremmo approfittare di questo momento di fermo per porci questa domanda. Quando restiamo e non possiamo scappare più da noi stessi, siamo anche costretti a farci delle domande importanti.

 

Marcello Spinello:
Personalmente lavoro dall’età di 17 anni e per me il lavoro è vita, perché quando il lavoro lo fai con tutto te stesso e senti che stai manifestando la tua vocazione ti senti veramente gioioso. Ma quando cerchi di contattare la tua vocazione, c’è bisogno di fare una domanda aperta e quando fai una domanda aperta, devi accogliere quello che arriva. […] Se io sono alla ricerca della mia vocazione, io devo stare in ascolto. Devo porre la domanda nel cuore, devo stare nel sentire.
A volte alcuni giovani mi chiedono: “Come faccio a trovare lavoro?”
Io rispondo: “Per trovare lavoro devi lavorare”.
Sembra un paradosso, ma non è così. Dobbiamo espandere la visione del lavoro. Noi dobbiamo avere la consapevolezza che lavorando esprimiamo le energie del nostro essere in qualunque cosa facciamo. All’inizio dobbiamo anche essere disposti a lavorare, senza avere il giusto riconoscimento – senza essere sfruttati ovviamente - ma con la visione di guadagnare di esperienza.
Il lavoro permette di realizzare ciò che era scritto a Delphi: Nosci te ipsum.
Conosci te stesso.
Dopo tantissimi anni di lavoro, posso dire che io ho conosciuto me stesso lavorando, perché è una dimensione di rivelazione.
Un’altra cosa che posso consigliare è: non ascoltate nessuno.
Perché la vocazione è scritta nel cuore. Magari all’inizio sembra essere confusa e strana, ma con il lavoro, con l’accumulo di esperienze si forma sempre di più.
E lo dico a tutte le fasce di età: se dentro di voi sentite una spinta, fate un progetto. Specificando gli obbiettivi che vi date e la meta che volete raggiungere, come la volete raggiungere, con quali tempi, con quali risorse.
Come diceva Sergio Bartoli, il fondatore della Comunità, dobbiamo essere degli idealisti pragmatici.
Non devo nemmeno abbandonare tutto per inseguire il mio talento, perché a volte questo si paga, dato che la vita mi dice di essere saggio, ma soprattutto mi ricorda che devo essere “connesso” con me stesso. Ricordandoci che c’è l’Economia Interiore e l’Economia Esteriore. Ed è necessario creare un ponte tra le due, che può essere realizzato attraverso il talento che si esprime.

 

Mariuccia Sofia:
In questo modo le Energie Superiori lavorano dentro di noi e lavorando in questo modo riescono a manifestarsi all’esterno. Ma potremmo andare oltre e dire che il lavoro ci porta verso l’Eterno.

 

Marcello Spinello:
Chiudete gli occhi e pensate cosa suscita la parola lavoro dentro di voi.
Se io lo faccio, mi viene in mente il sistema solare, con tutti i pianeti che lavorano e girano continuamente intorno al sole. In questo modo il lavoro ci permette di adempiere anche ai nostri doveri. Perché sicuramente il lavoro è un diritto, ma non dobbiamo dimenticare che in primis è un dovere. È un dovere karmico. Noi veniamo su questo pianeta con delle dotazioni e non le dobbiamo sprecare.
Sicuramente il cuore è un bellissimo esempio. Noi abbiamo questo sottofondo continuo di questo ritmare del cuore, che si estrinseca anche nel respiro, che è il ritmo. Voglio citare un’altra frase dell’Agni Yoga che recita: “Il ritmo conduce l’energia verso l’obiettivo prestabilito”. È importante conoscere la dimensione del ritmo, perché la prima cosa che ci viene insegnata è che il lavoro è fatica. Nella dimensione schiavitù la prima cosa che vogliamo fare è smettere di lavorare. Invece noi dovremmo capire che qualunque lavoro può essere un lavoro creativo e che ci fa manifestare energia. Non a caso i greci per indicare il lavoro usavano la parola Ergon cioè Energia.

 

Mariuccia Sofia:
Tu più volte hai detto che il principe dell’Economia è il lavoro e non il denaro. Cosa vuol dire mettere il lavoro al servizio del futuro?

Marcello Spinello:
[…] L’economia ha capovolto quello che è la remunerazione corretta. Si remunera tantissimo il denaro e pochissimo il capitale e questa è una corruzione del sistema economico. Il lavoro al servizio del futuro ci deve far creare un futuro dove il fattore produttivo lavoro viene remunerato adeguatamente. Dove c’è una più equa distribuzione delle risorse dove non si predilige il capitale e gli azionisti, ma dove si dà la dignità a tutti gli operatori di un’organizzazione. Perché il lavoro è un dono. Anche quando non si è consapevoli. Se in un’organizzazione il lavoratore non lavora più nella dimensione dono, quell’organizzazione si blocca, non funziona più come dovrebbe. Ed è un dono che consente di conoscersi reciprocamente. Il gruppo si costruisce con il cuore. Per creare un’azienda, così come una famiglia, un’associazione, ma anche una Nazione, dobbiamo lavorare tutti cooperando ad un fine comune.


Mariuccia Sofia:
Parlando del capitalismo mi piace ricordare una frase che ha detto Muhammad Yunus, soprannominato il banchiere dei poveri, economista premio Nobel per la Pace 2006 che ha detto: “Per piacere, non torniamo al mondo di prima!”.
Lui ha scritto anche un altro libro che parla del business sociale per creare un capitalismo più umano. Ci sono dunque dei semi che ci danno una direzione diversa per rimettere il lavoro al servizio del futuro e cambiare questo tipo di economia.

 

Marcello Spinello:
È richiesto a ciascuno di noi di cambiare paradigma. Dobbiamo impegnarci a coltivare l’Economia del cuore. A far sì che non sia più un sistema economico basato sulla remunerazione e sul privilegio per il privato e per il singolo, ma che ci sia un’economia che abbia come scopo il benessere collettivo, dove il benessere dell’individuo è già compreso, ma non è prioritario. È questa la differenza tra un’economia separativa, con un’economia che si connette da cuore a cuore

 

Mariuccia Sofia:
Questo richiede molta flessibilità, fiducia, e se seguiamo il nostro cuore il talento non tarderà a manifestarsi. Spesso dici: Noi potremmo vivere una vita molto ricca di denaro, ma altrettanto povera perché abbiamo perso il nostro talento. E potremmo vivere una vita parsimoniosa, parca, ma ricchissima di creatività e di gioia perché esprimiamo il nostro talento.

Marcello Spinello:
Oggi siamo tutti programmati da quando nasciamo nel diventare ricchi nell’essere ricchi. Possedere la casa, possedere l’automobile, la seconda casa. Con questa emergenza sanitaria, possiamo resettare questo e concederci di passare dall’essere ricchi al sentirsi ricchi, perché sentirsi ricchi è una scelta, un atto di volontà. Dipende da noi. Nessuno ce lo può precludere. Io posso lavorare e sentirmi ricchissimo portando tutto il mio talento e interpretando e vivendo il lavoro come un dono per la collettività e come mio contributo all’evoluzione.

 

Mariuccia Sofia:
Dunque, mettere sempre una qualità superiore in quello che facciamo, per arrivare tutti insieme ad esprimere il meglio che possiamo o che siamo e costruire tutti insieme questa economia del cuore. Questa è un’economia che partirà dalla base, non arriverà nessuno ad imporci dei modelli particolari. I veri agenti economici diventeremo noi, nella responsabilità delle nostre azioni quotidiane.

Marcello Spinello:
Un’ultima cosa mi sento di dirla, facendo un’altra citazione. C’è un segreto a cui tutti dobbiamo avere accesso e che si trova sempre nel nostro cuore, che è l’amare! Amiamoci. Amiamo il nostro lavoro e amiamo il nostro talento, perché soltanto così si può rivelare a noi. Immaginiamo quanto è amato un bambino prima che nasca. Il bambino viene amato dal momento del concepimento, quando ancora non si sa di che sesso sarà, quale sarà il suo carattere, quale sarà il suo futuro.
Noi con l’amore, possiamo magnetizzare un campo di infinite possibilità, ci possiamo connettere con la vita una e possiamo vivere una vita di vera abbondanza e questa è una scelta. E scoprire quale è il vero successo. Perché il vero successo è quando si manifesta il compito esistenziale.
E voglio finire con le parole di Bob Dylan che, ricordiamoci non è andato a ritirare il premio Nobel che prevedeva anche la consegna di un milione di euro, perché simbolicamente ha voluto essere coerente con questa frase: “Un uomo ha successo, se da quando si alza a quando va a dormire fa ciò che gli piace”. E io auguro a tutti voi di fare ciò che vi piace e di amare ciò che vi piace.

 

Qui di seguito il video completo dell’intervento